Arrivare rapidamente a una diagnosi è uno degli aspetti più delicati nel percorso di una donna con tumore dell’ovaio. In Italia, tuttavia, i tempi sembrano essere ancora troppo lunghi: il 30% delle donne coinvolte in una recente indagine dichiara di aver atteso più di un anno prima di ricevere una diagnosi, mentre il 46% ha aspettato oltre tre mesi.
Sono i risultati di una survey condotta nel luglio 2026 su circa 300 pazienti ed ex pazienti, che ha analizzato diversi aspetti della presa in carico delle donne con questa neoplasia.
Tra le criticità emerse, la tempestività della diagnosi occupa un ruolo centrale. Il problema appare ancora più evidente nelle donne più giovani, in particolare nelle under 40, per le quali il sospetto di una patologia oncologica può essere formulato con maggiore ritardo.
Un percorso diagnostico prolungato può quindi rappresentare un ostacolo significativo all’avvio tempestivo del successivo iter di cura, rendendo fondamentale migliorare la capacità di riconoscere e approfondire precocemente i segnali che possono richiedere ulteriori accertamenti.
Le criticità non riguardano soltanto i tempi necessari per arrivare alla diagnosi. Una donna su cinque giudica poco approfondita o insufficiente la valutazione ricevuta nel corso del proprio percorso.
La percezione cambia inoltre in relazione al tipo di presa in carico: tra le pazienti non seguite in strutture con elevata esperienza nella gestione della patologia, la quota di insoddisfazione arriva quasi a una donna su tre.
Un’attenzione particolare riguarda anche la valutazione del rischio eredo-familiare. Il 20% delle intervistate ritiene che questo aspetto non sia stato approfondito adeguatamente. La percentuale raggiunge il 31% tra le donne non seguite in strutture ad alto volume, mentre scende al 17% tra quelle prese in carico in centri di riferimento.
La qualità della presa in carico non dipende esclusivamente dagli aspetti diagnostici e terapeutici. Anche il sostegno psicologico rappresenta una componente importante del percorso di cura, ma la sua disponibilità risulta ancora disomogenea a livello territoriale.
Secondo quanto emerso dalla survey, il supporto psicologico è disponibile per il 54% delle pazienti nel Nord Italia. La percentuale scende al 35% nel Centro e al 34% nel Sud e nelle Isole.
Il dato evidenzia una differenza significativa nell’accesso ai servizi di supporto e richiama l’attenzione sulla necessità di garantire una presa in carico più omogenea, indipendentemente dall’area geografica di appartenenza.
Tra le donne con meno di 45 anni emerge inoltre una criticità specifica legata alla fertilità. Il 62% dichiara infatti di non aver ricevuto informazioni sulla possibilità di preservarla prima dell’inizio delle cure.
Per le pazienti più giovani, questo aspetto può avere un peso rilevante nel percorso di cura e rende particolarmente importante affrontare il tema della fertilità prima dell’avvio dei trattamenti, quando clinicamente appropriato.
Un ulteriore elemento considerato prioritario riguarda l’accesso all’innovazione terapeutica. Più della metà delle pazienti coinvolte nella survey lo indica tra gli aspetti sui quali sarebbe più urgente intervenire.
Nel complesso, i risultati delineano quindi un percorso assistenziale nel quale rimangono diverse aree da migliorare: dalla rapidità della diagnosi alla qualità degli approfondimenti, dalla valutazione del rischio eredo-familiare al supporto psicologico, fino all’informazione sulla preservazione della fertilità e all’accesso alle possibilità offerte dall’innovazione.
Rendere il percorso più tempestivo e omogeneo significa intervenire su tutte queste dimensioni, con l’obiettivo di garantire una presa in carico sempre più completa e attenta alle esigenze delle donne che affrontano il tumore dell’ovaio.